DECRETO DIGNITÀ – Cosa cambia per il tempo determinato

Il DECRETO LEGGE 12 luglio 2018 n° 87 denominato DISPOSIZIONI URGENTI PER LA DIGNITÀ DEI LAVORATORI E DELLE IMPRESE è stato pubblicato nella G.U. del 13/07 e dunque è in vigore dal giorno successivo

Ecco ciò che viene a modificarsi rispetto alla precedente normativa con particolare riguardo con il CONTRATTO DI LAVORO SUBORDINATO A TEMPO DETERMINATO.

Il Decreto (ritenuto atto d’urgenza) è immediatamente operativo con le sue nuove regole anche in relazione ai rinnovi e/o proroghe di contratto da realizzare a decorrere dal 14/07 senza alcun periodo transitorio su contratti a termine già avviati precedentemente; adesso inizierà il percorso parlamentare di 60 giorni per la sua conversione in Legge dello Stato il che potrebbe portare anche a dei cambiamenti ma al momento dobbiamo attenerci a quanto pubblicato in G.U.

Il Decreto, nelle intenzioni del Governo, mira a disincentivare i TD per favorire e accelerare la transizione ai contratti stabili ed in questo senso la loro durata massima complessiva scende da 36 a 24 mesi (sempre includendovi nel tetto le “missioni” nell’ambito di una somministrazione di lavoro a termine dopodiché l’azienda può continuare solo con la somministrazione per evitare la conversione del rapporto a tempo indeterminato) con riferimento alle medesime mansioni o comunque a mansioni di pari livello e categoria legale.
In caso di sforamento del tetto di durata il contratto si trasforma a tempo indeterminato dalla data in cui è avvenuto il superamento.

Il contratto può essere “libero” (cosiddetto acausale) solo per i primi dodici mesi a patto che si arrivi a tale limite con un unico contratto ovvero con un contratto iniziale di durata inferiore poi prorogato. Se per effetto della proroga “a cavaliere” si eccede il termine di durata dei 12 mesi allora in quella proroga è necessaria l’indicazione delle causali.

La possibilità di proroghe, peraltro, passa da cinque a quattro in tutta la “vita lavorativa” nel rapporto tra azienda e lo specifico lavoratore. In caso di sforamento 5à proroga ad esempio) il contratto si trasforma a tempo indeterminato dalla proroga illegittima stessa.

ATTENZIONE che se il primo contratto a termine acausale ha una durata inferiore ai dodici mesi e si interrompe raggiunto il suo termine sin dal suo primo eventuale rinnovo (intendendosi con questo un nuovo contratto a termine legittimamente apponibile scaduto il periodo di “fermo” di 10 o 20 gg) successivo, anche se restassimo complessivamente entro il termine dei 12 mesi, ritornano obbligatorie le “causali”.

In pratica il contratto a tempo determinato può essere rinnovato, pur nell’ambito dei nuovi termini di durata massima, solo e soltanto con specificazione della causali.

Si dovranno in pratica specificare le ragioni per le quali si intende riproporre con il lavoratore un contratto di lavoro a tempo determinato ed in questo senso ci sono due fattispecie ammesse:
esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori (maternità, malattia o che magari sono in ferie);
esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria;-

In passato l’esigenza di indicare una causale è stata spesso foriera di contenzioso e spese giudiziarie per l’Impresa in quanto non è sempre facile oggettivizzare una esigenza aziendale in modo assoluto ed incontrovertibile. Peraltro in ordine al contenzioso sale da 120 a 180 giorni dalla sua conclusione la finestra di tempo nella quale un lavoratore può impugnare un contratto a tempo determinato in ordine alla sua legittimità.

Alcuni commentatori vedono nel nuovo scenario la probabile maggiore “ROTAZIONE” dei contratti a TD tutti rimanendo nel limite dei primi 12 mesi “liberi” con gli annessi maggiori costi formativi per le imprese e difficoltà alla stabilizzazione.

Per le imprese resta comunque il tetto di un 20% di tempi determinati sul totale degli indeterminati (o diversa maggiore percentuale prevista dai diversi CCL pena il rischio di una sanzione amministrativa) in forza al 1° gennaio dell’anno.

A questa stretta si unisce quella contributiva: ad ogni rinnovo (per i quali peraltro non è previsto un tetto numerico ma solo il limite cumulato della durata complessiva del rapporto a termine), anche restando al di sotto dei 12 mesi è previsto che i contributi crescano dello 0,50% andando a sommarsi a quell’1,40% che già dal 2012 (Fornero) finanzia la Naspi, la nuova indennità di disoccupazione.
Quindi al primo rinnovo del contratto con quello specifico lavoratore si pagherà 1,90% di maggiorazione, al secondo il 2,40% ed al terzo il 2,90% e così via

I contratti in somministrazione (le Agenzie hanno normalmente rapporti di lavoro a termine con i lavoratori somministrati c/o le aziende) sono altresì interessati da questa riforma normativa, ad eccezione dello staff leasing (somministrazione di lavoro a tempo indeterminato).
Alle Agenzie per il lavoro in vece non si applica il tetto – che vale per gli altri – di un 20% di tempi determinati sul totale degli indeterminati.

Il Decreto non riguarda i rapporti di lavoro nella Pubblica Amministrazione

Per i lavoratori subordinati impegnati in attività stagionali resta tutto come prima: anche a questi ultimi non si applica il discorso delle causali.

Un accenno ai maggiori anche i costi di licenziamento, in caso di illegittimità: salgono del 50,00%.
La forbice dell’indennizzo sale infatti dalle 4-24 mensilità previste dal Jobs Act in vigore dal marzo 2015 alle nuove 6-36 mensilità (riguarda le imprese con almeno 15 dipendenti già al 7/3/2015 per gli assunti da quella data che vengono ad essere licenziati per motivi disciplinari e/o economici) in pratica un indennizzo di tre mensilità per ogni anno di anzianità lavorativa con un minimo di sei ed un tetto di trentasei.
Per le aziende di dimensioni inferiori si parte da una base minima di indennizzo di tre mensilità sino ad un tetto di sei.

Per maggiori informazioni: 

Stefano Pistolesi 
pistolesi@cnapisa.it