CNA PISA – Preoccupazione per la riforma delle Camere di Commercio

“Un  altro passo verso la perdita di identità, un altro passo che allontana l’istituzione dove si prendono decisioni e la base di riferimento e quindi la conoscenza e la presa di coscienza dei problemi” così il presidente CNA Pisa Matteo Giusti esordisce sul tema della riforma delle Camere di commercio.

(Fonte: Ufficio Stampa CNA Pisa)

Non piace alla CNA di Pisa la riforma delle Camere di Commercio così come sta per essere approvata.

“Non c’è contrarietà a priori di ottenere risparmi e razionalizzare servizi accorpando uffici e funzioni, – argomenta Giusti-  ma il processo di semplificazione e di contenimento delle spese non può andare a scapito della rappresentatività, della efficienza e della qualità dei servizi erogati. Al posto dei risparmi, di risparmiare, si otterranno solo nuovi sprechi se si perde la capacità di percepire i reali bisogni delle imprese di un territorio. Solo per stare alla nostra provincia fra le economie dell’Area Pisana, la Valdera, la Zona del Cuoio e la Val di Cecina ci sono differenze abissali, esigenze diverse, problemi diversi e risposte che il sistema camerale conosce e cui riesce a dare risposte differenziate fra loro, cercando di rispondere al meglio a queste diversissimi sistemi economici. Dagli interventi in caso di calamità nei quali la Camera è il primo ente a dare risposte concrete, anche nelle più recenti emergenze locali (alluvioni e inondazioni , oppure per accesso al credito, abbassando i tassi di interesse praticati dalle banche e anche interventi per favorire la nascita di nuove imprese. Le Camere di Commercio inoltre destinano fondi per sostenere settori in crisi, aumentare gli investimenti in innovazione e valorizzare le eccellenze produttive, senza dimenticare il sostegno ai processi di internazionalizzazione che le piccole imprese non sono in grado di affrontare da sole”.

“Figuriamoci come si possa mantenere la capillarità di analisi e la capacità di risposta dimostrata a Pisa nel tempo e con continuità di fronte a tagli illogici, accorpamenti  assurdi che tengono di confini geografici e parametri come il numero di imprese come se fossero tutte uguali mentre sappiamo bene che conta sapere quali imprese siano? di che tipo? di quale livello tecnologico? di quali dimensioni e esigenze?. Insomma dati vuoti su cui si costruiscono presunti risparmi che però non spiegano le diversità dei diversi sistemi economici di riferimento. In ogni caso da questi tagli a pagare di più saranno come al solito le piccole le microimprese che rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese italiane caratterizzate dalla piccola dimensione che avranno sempre maggiori difficoltà ad essere ascoltate dalle orecchie lontane dei ministeri.

La riforma poi fa acqua anche da altre parti e che CNA propone di correggere “affinché la riforma possa dispiegare al meglio i suoi effetti positivi per il sistema economico.  Ci riferiamo soprattutto ai meccanismi per sostenere finanziariamente gli aspetti più innovativi della riforma – ha spiegato il Direttore Generaledella CNA di Pisa  Rolando Pampaloni. In tal senso va previsto che le Camere possano cofinanziare piani di sviluppo locale condivisi con le Regioni anche attraverso quote del diritto annuale. Inoltre va concessa la possibilità alle Camere più efficienti, previa verifica dell’istituendo Comitato di valutazione, di definire e attuare nuovi progetti anche con quote aggiuntive del diritto camerale. In ultimo sarebbe opportuno sospendere il versamento annuale di circa 40 milioni al Mef, introdotto dalle leggi tagliaspese, a valere sulle risorse del diritto annuale, in considerazione del dimezzamento dell’importo del diritto stesso e della cura di efficienza cui le Camere sono sottoposte.  L’attuazione della riforma, inoltre, non dovrà far venire meno la preziosa funzione di proiezione delle micro imprese sui mercati esteri, cogliendo le esigenze specifiche da loro espresse. Resta infine da ripensare la totale gratuità degli incarichi ricoperti all’interno degli organi camerali, che sembra rispondere più a una esigenza demagogica che a una effettiva riduzione dei costi di gestione e che non riconosce il valore dell’impegno e delle responsabilità assunte”.